Palazzo Bentivoglio – Bologna
L’edificio sorge di fronte allo storico Palazzo Bentivoglio su un’area che, dopo aver ospitato edilizia minore di origine cinquecentesca legata all’insediamento di quel ramo collaterale dei signori bolognesi, si era trasformata in un vuoto irrisolto e utilizzato come parcheggio in seguito a demolizioni abusive negli anni Sessanta del Novecento.
Il progetto nasce, innanzitutto, dalla valutazione del progettista riguardo a tali demolizioni, lette come tardiva applicazione di un programma d’epoca fascista riconducibile alla logica del diradamento di edilizia minore in funzione di una valorizzazione delle emergenze monumentali.
L’idea chiave, e certamente più felice, del progetto, consiste dunque nel contrastare la prevalenza di natura puramente scenografica del palazzo storico istituita dall’abbattimento, per ripristinare, mediante il nuovo edificato, un sistema perduto di relazioni fisiche e visive, tra le quali, come sottolinea il progettista stesso, l’effetto di sorpresa che la mole del Palazzo Bentivoglio storico suscita in chi si affaccia sulla via Belle Arti provenendo dalle strette strade circostanti.
Utilizzando quale fonte la Ichnoscenografia (1702) di Filippo De Gnudi, Zacchiroli ridefinisce quindi i fronti sulla via De’ Castagnoli che proseguendo la via delle Moline è traccia della medievale cerchia muraria dei Torresotti e sulla via Belle Arti percorso matriciale dell’espansione oltre quelle mura grazie alla costruzione di un edificio a V con il vertice all’incrocio tra le due arterie mentre le due ali, accostato all’esistente, creano una corte di forma irregolare. I due corpi che compongono il nuovo edificio hanno altezze differenti, quattro piani fuori terra su via Belle Arti e cinque su via De’ Castagnoli, entrambi i fronti digradanti fino a raggiungere due soli piani all’incrocio delle vie. Sul fronte delle Belle Arti, l’attacco all’esistente da un lato cerca richiami formali evocando l’aspetto turrito della porta di S. Martino, distrutta alla metà dell’Ottocento, dall’altro istituisce relazioni fisiche più strutturali, oltre che riprendendo il filo di gronda con un gioco di cornicioni spezzati, arretrando la parete così da liberare l’arcata del portico allo stato di fatto ostruita da una struttura residua e lo spigolo settecentesco, a creare una continuità nella viabilità pedonale. Altro richiamo alle stratificazioni storiche del luogo è, sempre su questo fronte, la parete cieca rastremata rivestita in blocchi di selenite, pietra calcarea utilizzata a Bologna per pareti basamentali di torri, e presente in zona nel muro di collegamento del Giardino del Guasto. Il basamento in selenite gira per breve tratto anche sul fronte di via De’ Castagnoli, per poi interrompersi e lasciare l’edificio sospeso su un percorso pedonale affiancato da colonne che verso via Zamboni si raccorda con i porticati preesistenti, mentre verso Belle Arti si insinua all’interno dell’edificio, in corrispondenza del vertice della V, creando una piccola galleria commerciale che permette al passante di girare sulla stessa via evitando il traffico carrabile dell’incrocio. Sul fronte De’ Castagnoli si trova anche il cancello di accesso carrabile alla corte, immaginata come un richiamo ai giardini storici bolognesi incastonati nel tessuto cittadino. È all’interno della corte che, libero dal sistema di vincoli descritto, il progetto mostra più esplicitamente la sua autonomia in termini di espressione architettonica e di linguaggio. Se il paramento in mattone all’esterno rievocava la tradizione bolognese, qui viene modellato in una superficie ondulata che “esplicita le istanze organiche del progetto” richiamando la plastica wrightiana.
Non un edificio con intenti mimetici, dunque, e nemmeno un atto di ripristino su base documentaria del brano di città perduto, piuttosto un progetto radicalmente nuovo che muove tuttavia dalla conoscenza puntuale del luogo, da una riflessione sulla sua storia materiale, da scelte di relazione con determinati aspetti di tale storia, assunti come un sistema di vincoli in base al quale intraprendere un’azione progettuale di natura interlocutoria, che non lascia spazio alla creazione di una nuova figura architettonica totalmente autonoma ma che non inibisce l’invenzione. L’identità complessiva dell’edificio, osservato dalla strada, mostra appunto una tensione tra unitarietà, dovuta alla ricerca delle identità del luogo perduto, e frammentarietà delle risposte che il nuovo può offrire quando la conoscenza storica non viene assunta come guida del progetto sottoforma di racconto compiuto e sintetico ma viene fatta interagire con il progetto, pariteticamente, sul piano delle stratificazioni materiali nel tempo, cui il nuovo si aggiunge senza soggezione.
Inizio progetto: 2001
Inizio lavori: 2002
Fine lavori: 2006
Committenza: FEMI s.r.l.
Progetto: Zacchiroli Architetti Associati
Strutture: Augusto Nanni
Impianti tecnologici: Paolo Preti (meccanici)
Direzione lavori: Enrico Testoni
Esecuzione: FEMI s.r.l.
Superficie edificio: mq. 2.670
